Pensavo fossero ideali, invece era solo convenienza. Grazie Sen. Giulia Bongiorno. Grazie per la sincerità delle Sue parole sul ddl Pillon. Grazie soprattutto per aver reso chiaro a tutti quanto sia caduto in basso il livello del dibattito politico italiano: ideali e diritti alla stregua della propria convenienza momentanea.

Anche se si tratta di bambini. O di donne di cui si erge a paladina impavida.

Un’arida questione di calcolo e di opportunismo politico. Una totale assenza di ideali che non sia il proprio tornaconto. E nulla più.

Con buona pace di chi imbraccia il rosario tra un mojto e l’altro, o di chi usa i diritti civili come arma di distrazione di massa per nascondere politiche sociali draconiane.

Questo, e non altro, vogliono infatti dire le Sue parole: rivendicare un merito – se così può ritenersi – per evitare che qualcun altro possa appropriarsene al fine di nascondere il proprio fallimento.

Perché, come sapeva chiunque avesse un minimo di esperienza di procure e tribunali ed a dispetto della Sua tanto sbandierata competenza, il Suo tanto declamato Codice Rosso era uno strumento utile solo alla propaganda politica e nulla più.

E per questo è stato considerato prioritario, a tal punto da essere stato approvato dal Suo governo in un battito d’ali nel silenzio dell’opposizione che, difronte ad uno slogan così efficacemente commercializzato negli anni, non ha potuto far altro che abbozzare ed astenersi al momento del voto per paura di essere scavalcata.

E poiché il bluff è ormai venuto allo scoperto, era meglio trovare un modo per tirare a campare sulla pelle dei bambini che tirare le cuoia sulla pelle delle donne.

Ma c’è un ultimo – e fondamentale, per chi come noi vive ogni giorno sulla propria pelle il prezzo delle Sue convenienze politiche e professionali – ringraziamento che sentiamo di esprimerLe: grazie per aver ammesso che non esiste nessuna ragione di carattere giuridico o scientifico per non porre mano alla riforma dell’affido condiviso.

Perché, al pari di tanti altri demagoghi, non ha indicato una che fosse una ragione per non sanare una ferita che imputridisce da moltissimo tempo e lascia milioni di persone in balia delle ubbie del magistrato di turno, ad esclusivo vantaggio di chi ha interesse a continuare a considerare i bambini il premio di una lotteria e vive letteralmente dei conflitti dentro le famiglie.

Per questo non perderemo tempo a sfidarLa a confrontarsi con noi su questo tema o, men che meno, a chiederLe di incontrarci per spiegarLe perché quelle norme vanno cambiate: parleremmo due lingue diverse – noi quello dei diritti che non possono essere negoziati e Lei quello del cinismo – e sarebbe perciò del tutto inutile per entrambi.

La salutiamo con le parole di un maestro di cinismo la cui frequentazione non Le ha, evidentemente, giovato molto: “Non si dimentichi mai che si è eletti per operare; e non si opera per essere eletti. La confusione dei fini risulterebbe nefasta”.

Trent’anni. In realtà sono molti di più. Eppure i diritti dei bambini continuano ad essere negati ogni giorno. E non in paesi lontani o poveri, devastati da guerre e carestie. Ma nel nostro Belpaese.

Grazie ad ipocrisia e viltà, quello che fu la culla del diritto s’è trasformato nella tomba dei diritti. Dei bambini.

Artifici retorici privi di senso logico e banali luoghi comuni hanno creato un Moloch silenzioso quanto perverso ed efficace che nega ai figli di genitori separati il più elementare dei loro diritti: continuare a godere dei loro affetti più cari.

E non c’è convenzione, trattato o costituzione che tenga: in questo tribunale s’è sempre fatto così.

Non basta perciò cambiare gioco, occorre anche cambiare giocatori: è ora che gli spettatori scendano in campo e siano i veri ed unici protagonisti, senza concedere deleghe e senza ulteriori rinvii.

Perché non trascorrano più neanche trenta secondi invano.